L’ultima genialata della BCE.

L’argomento non è tra i piú accattivanti ma bisognerá pur parlarne perché le conseguenze saranno molto pesanti sul sistema bancario, sulle imprese e sulla vita di ognuno di noi.  

La questione è questa: quando le banche erogano credito (fidi, finanziamenti, mutui a imprese e famiglie) devono accantonare in un apposito fondo rischi una certa cifra in funzione dell’importo erogato e della rischiositá del cliente e quindi in base alla probabilitá statistica di default del cliente stesso nell’anno successivo. Questo accantonamento – che puó variare da aliquote dello 0,1% (dell’importo accordato) per le aziende piú virtuose sino anche ad un 30% o superiore per le aziende che potrebbero andare incontro ad un probabile default – da un lato rappresenta un costo nel bilancio di quell’anno della banca e dall’altro va a costituire una dotazione patrimoniale che rafforza la struttura di bilancio e rende piú solida la banca stessa che in caso di mancata restituzione dei finanziamenti erogati non entrerá in difficoltá avendo giá previsto questa possibilitá.

Dalla crisi finanziaria del 2008 in poi il tema del rafforzamento patrimoniale delle banche ha assunto una centralitá senza precedenti per il timore che una lunga serie di default delle aziende affidate dalle banche potesse trascinare nel baratro anche il sistema bancario con esiti drammatici sulla vita di tutti. Il problema del default delle aziende affidate è talmente reale che non solo i bilanci di molte banche hanno fatto registrare perdite di esercizio a causa dell’impatto dei crediti non piú recuperabili (le cosiddette sofferenze) ma molte altre banche hanno dovuto correre ai ripari con aumenti di capitale per fronteggiare l’aumentato volume degli NPL (non performig loans, crediti non performanti) e degli accantonamenti aumentati drammaticamente per il peggioramento del quadro economico generale e quindi dei rating dei soggetti affidati.

Sin qui tutto bene.

Dal 1’ gennaio di quest’anno le regole circa gli accantonamenti sono cambiati diventando ancora piú penalizzanti.
In primo luogo viene imposto alle banche di anticipare il peggioramento del merito creditizio delle controparti affidate aumentando gli accantonamenti in maniera consistente anche in caso di deterioramento modesto del rating (approccio forward looking). Sono state create tre classi di merito dette Stage 1, Stage 2 e Stage 3: nella prima confluiscono le aziende in bonis con rating stabile, nella seconda finiscono quelle aziende che – pur mantenendo rating elevati – hanno fatto registrare un suo deterioramento anche modesto (il che potrebbe rappresentare il campanello d’allarme di un potenziale pericolo di default) mentre nella terza finiscono le aziende in stato di crisi conclamata o di pre-default. Per la prima classe gli accantonamenti sono molto modesti, per la seconda sono decisamente piú elevati, per la terza sono elevatissimi.
In particolare, secondo uno studio di Cerved-Experian del 2016, gli accantonamenti relativi ai clienti in Stage 1 e 2 subiranno – rispetto ad oggi -incrementi del 99% (quasi raddoppiando quindi) con la possibilitá di contenere l’incremento adottando complessi meccanismi di valutazione proattiva.
Per le controparti in Stage 3 (aziende che hanno dichiarato lo stato di crisi) si dovrá accantonare il 100% dell’importo del credito erogato in 2 anni se non garantito da ipoteca e in 7 anni se garantito da ipoteca.
Ho volutamente semplificato il discorso (che sarebbe ben piú complesso e articolato) quanto basta per illustrare gli impatti che questa nuova normativa avrá sul sistema economico.

Impatto 1: le banche vedranno incrementare il costo del credito a tal punto che quelle meno solide o di dimensioni inferiori e con meno potenzialitá di raccolta presso la clientela faticheranno a mantenere il passo e dovranno ricorrere ad aumenti di capitale sempre piú consistenti o in alternativa dovranno ridurre i crediti ad imprese e famiglie: possibile nuovo credit crunch;
Impatto 2: le banche piú piccole faticheranno a rimanere sul mercato e si realizzeranno via via sempre maggiori concentrazioni e fusioni con la conseguenza di ridurre il numero delle banche presenti sul mercato;
Impatto 3: la prospettiva che anche aziende in buona salute possano deteriorare il proprio rating porterá a concedere meno credito al sistema delle imprese e alle famiglie o a ridurlo alle prime avvisaglie di difficolta: possibile nuovo credit crunch;
Impatto 4: nel corso degli ultimi anni numerose aziende in crisi (che da oggi confluiranno in Stage 3) hanno potuto beneficiare di accordi di ristrutturazione con il sistema bancario che di fatto hanno reso possibile la sopravvivenza delle aziende stesse e il salvataggio di un numero enorme di posti di lavoro. Si tratta in buona parte di aziende manifatturiere affidate con linee di credito di cassa e di smobilizzo crediti non garantiti. In base alle nuove norme le banche dovranno accantonare a fondo rischi tali importi in 2 anni. L’immediata conseguenza sará il totale disincentivo per gli istituti di credito alla partecipazione a tavoli di ristrutturazione e risanamento i cui orizzonti temporali minimi sono normalmente di 5 anni. Infatti nessuna banca accetterebbe di recuperare il proprio credito in 5 anni avendolo dovuto “spesare” in 2 anni. Preferiranno quindi cedere immediatamente quei crediti a societá terze con buona pace della salvaguardia dei posti di lavoro.

Come si vede si tratta di un provvedimento infausto e stupidamente prociclico: infatti la fase recessiva (o di modesta ripresa economica) verrá aggravata da un possibile restringimento del credito (credit crunch) e da una probabile ulteriore perdita di posti di lavoro dovuta al mancato risanamento delle aziende in crisi.

In questa fase economica di tutto si ravvisava la necessitá tranne che di una misura come questa. Che fa il paio con l’altro crimine compiuto ai danni del sistema e della fiducia dei risparmiatori che è il Bail In, meccanismo in base al quale a pagare le conseguenze del default delle banche causato (quasi sempre) da incapacitá dei loro amministratori o la loro connivenza con il mondo della politica non sono chiamati gli amministratori stessi bensí i risparmiatori. Il Bail In ha letteralmente demolito il rapporto di fiducia banca/risparmiatore scaricando su quest’ultimo la responsabilitá di individuare a quale soggetto affidare i propri risparmi. Poiché il risparmiatore medio non si occupa di analisi di bilancio delle aziende bancarie e non è esperto di indici di bilancio tendenzialmente sposterá i propri risparmi su banche di maggiori dimensioni e/o patrimonialmente piú solide a danno dei piccoli istituti di credito che, vedendo diminuire la propria raccolta, non potranno concedere credito e quindi tendenzialmente spariranno. E’ molto attendibile la previsione in base alla quale in capo ad un decennio esisteranno non piú di 10 grandi banche.

Certamente il tema della soliditá patrimoniale delle banche è di assoluta importanza ma qui si sta superando il limite. E soprattutto si è scelto di introdurre la nuova normativa nel momento sbagliato. Meglio sarebbe stato sfruttare una fase di espansione consolidata nella quale gli effetti perversi dell’aumento drastico degli accantonamenti bancari sarebbe stato mitigato dalla vivacitá dell’economia. Un provvedimento come questo in questo momento potrebbe compromettere la delicata fase della ripresa penalizzando soprattutto il nostro Paese dove il credito concesso ad imprese e famiglie è preponderante.

Ma c’è di piú. Il nuovo provvedimento, guarda caso, non colpirá circa 1.600 banche locali e regionali tedesche le quali rappresentano la quasi totalitá di quel sistema bancario che continuerá di fatto a funzionare con le vecchie regole creando effetti distorsivi sul piano della concorrenza e non solo.

Inoltre non notiamo, altro caso strano, pari attenzione da parte di BCE alla regolamentazione dei titoli illiquidi come i derivati dei quali le banche tedesche e francesi sono sature e che rappresentano una bomba ad orologeria per la stabilitá dell’economia europea.

Se a ció aggiungiamo che questa normativa NON è stata autorizzata da nessun Parlamento nazionale ma viene calata dall’alto da BCE ed è giá pienamente operativa (il Parlamento Europeo ha modificato marginalmente il provvedimento con interventi che hanno il sapore della presa in giro), allora forse ci possiamo rendere conto di quali siano i soggetti che dirigono i giochi. Chi vi racconta dell’importanza dei governi nazionali in ambito economico vi sta raccontando una balla e questa è l’ennesima dimostrazione.

Quindi, perché questi provvedimenti e perché proprio ora?
L’obiettivo è forse ridurre il numero delle banche dei Paesi maggiormente esposti per far si che sia piú facile acquisirle? È piú semplice controllare l’economia di un Paese da parte di qualche potenza straniera attraverso il controllo di un paio di banche molto grandi piuttosto che tentare di controllarne 50 piccole. Il Bail in va nella stessa direzione.
L’obiettivo è forse demolire ulteriormente il nostro sistema produttivo e quello delle economie piú deboli affinché sia piú semplice acquisire le nostre aziende con una manciata di euro? (processo giá ampiamente avviato grazie alla inettitudine di 4 governi abusivi dal 2011 ad oggi).
Se le risposte a queste domande sono 2 sí, allora c’è poco da stare allegri.

Servono altre dimostrazioni per comprendere che l’Unione Europea ci sta massacrando? Sveglia!!!

 

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6 commenti

  1. In Italia manca unicamente la svendita delle banche e poi hanno fatto il pieno. La BCE lungi dall’essere un organismo indipendente è invece un organo politico gestito dalla Germania. L’unica flebile possibilità per l’Italia è che il governo nascente sia davvero politico e inizi ad imporsi all’UE e inizi a pensare seriamente ad un piano b per l’uscita dall’euro

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      • Nella lega ci sono persone che sanno bene come e quando uscire( mi riferisco a Borghi e Bagnai) e ESSI lo sanno, basta pensare alle assurde pretese del presidente della repubblica. Se riuscirà a imporre un tecnico-fanatico liberista come premier e a tagliare fuori dai ministeri le persone giuste il nuovo governo andrà avanti nel solco delle riforme ultraliberiste. Altrimenti ci penseranno i personaggi citati a spiegare ai piddini nostrani cosa farci del loro def, le famose clausole di salvaguardia si cancellano con un decreto e lo Stato deve avere come priorità investimenti pubblico, sostegno concreto al lavoro (assunzioni pubbliche e appalti alle imprese ), rapida cancellazione del pareggio di bilancio e delle cosiddette “riforme”. In poche parole ripristinare la Costituzione e ciò significa uscire dall’euro. Se ciò è solo un sogno lo sapremo presto, quello che importa è che in parlamento sono entrate persone che incrineranno il partito unico dell’euro portando nel dibattito politico le assurdità delle politiche UE e dei mantra che ci hanno inculcato per anni.

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