E se invece chiudessero Facebook?

tempo di lettura: 2 minuti

 

Prendo spunto dalla sentenza del Tribunale civile di Roma che ha imposto a Facebook di riattivare il profilo di Casa Pound e quello personale del suo responsabile romano Davide Di Stefano, comminando alla società di Mark Zuckerberg una sanzione amministrativa di € 15.000.

In precedenza, il profilo in questione era stato “oscurato” con la seguente motivazione:

le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose, che vieta a coloro che sono impegnati nell’”odio organizzato” di utilizzare i nostri servizi”.

Nella stessa data del 9 settembre era stato bloccato anche il profilo di Forza Nuova (udienza per la riapertura fissata il 14/1/2020), poi quello del movimento delle sardine (riaperto il giorno successivo) e a seguire quello del movimento “antisardine” denominato I Pinguini (ben 160.000 iscritti chiuso e non ancora riaperto). Centinaia sono poi i post che vengono censurati quotidianamente ai vari utenti della rete rei di aver postato frasi o immagini ritenute non adeguate.

A chi obietta l’uso della mannaia, si risponde che Facebook è una piattaforma privata e quindi può applicare le proprie regole come le pare e piace.

Il che in linea di principio è corretto se non fosse che le società private non devono sottostare alle sole proprie regole interne ma anche alle regole del Paese dove operano.

Ad esempio, se un imprenditore pakistano decidesse di aprire un’azienda sul nostro territorio, potrebbe utilizzare manodopera di minorenni per 14 ore al giorno con stipendi da fame? Egli potrebbe eccepire che la sua è un’azienda privata e quindi le regole le detta lui? Oppure, più verosimilmente, le regole da applicare sarebbero invece quelle della legislazione vigente sul nostro territorio? Qualora queste regole non fossero applicate, l’imprenditore pakistano dovrebbe chiudere la baracca e ritornarsene in Pakistan, giusto?

Nel caso di aziende come Facebook sulle quali circolano le idee degli utenti, quali sono le regole da applicare? È sufficiente appellarsi a regole interne? È corretto che Facebook possa oscurare chi vuole a proprio insindacabile giudizio?

Un suggerimento sarebbe quello di applicare con maggior peso specifico le Leggi del Paese dove l’azienda opera.

Facebook invece per ora applica le proprie regole definite “standard della community”.

Se invece fossero applicati gli “standard” di quella community denominata “Stato italiano” tra essi ci sarebbe il seguente:

Costituzione della Repubblica Italiana:

articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

La palese violazione di un diritto sancito costituzionalmente può essere punito con una semplice sanzione amministrativa e tante scuse? L’articolo 21 della Costituzione vale solo 15.000 euro?

Se è vero che Facebook può “oscurare” chi desidera, allora potrebbe essere interessante vedere cosa succederebbe se la regola fosse reciproca: hai inopinatamente e ingiustamente limitato la libertà di espressione ad un partito o movimento politico (qualunque partito o movimento politico) o ad un gruppo numeroso di utenti una prima volta? Chiusura di Facebook per 3 giorni su tutto il territorio nazionale. Lo fai una seconda volta? Chiusura per 3 settimane. E così via. Forse in quel momento qualcuno sarebbe costretto a rivedere i propri “algoritmi”.

L’ipotesi, ci rendiamo conto, è estrema ma allettante e sarebbe interessante approfondire il tema certamente zeppo di risvolti giuridici complessi (norme locali e norme internazionali) e di difficile maneggiabilità (chi fa cosa) oltre che di potenziali pericoli di limitazione arbitraria su vasta scala (e quindi una pezza peggiore del buco) di uno strumento che, per quanto poco imparziale, rappresenta comunque – come tutti i social media – una occasione importante e senza precedenti per il confronto delle idee.

Non si tratterebbe di contrapporre alla censura una censura ancora maggiore ma di perfezionare strumenti giuridici per portare a più miti consigli ed indurre ad una maggiore attenzione chi armeggia in uno strumento delicatissimo il quale ha a che fare con la circolazione delle idee.

Se è vero che gli utenti (in questo caso italiani) possono sopravvivere anche senza Facebook è altrettanto vero che Facebook non può sopravvivere senza utenti.

E quindi i cittadini e chi li rappresenta, in casi come questi, potrebbero muoversi da posizioni di forza affinchè passi finalmente il concetto che questo Paese NON è una desolata terra di conquista dove chiunque arrivi possa fare ciò che desidera.

Se gli zerbini che ci amministrano avessero voglia di far tutelare davvero e sempre la Costituzione – e non solo quando i principi costituzionali occorrano alla bisogna per il proprio tornaconto – si potrebbe cominciare a ragionare in questi termini con il signor Zuckerberg.

Ci sarebbe da divertirsi tantissimo, ma certamente chiedo troppo.

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4 commenti

  1. Interessanti riflessioni, che condivido. Ancora più interessante sarebbe vedere l’effetto che farebbe oscurare Facebook anche solo per poche ore : si scatenerebbe il panico! Questo dovrebbe farci riflettere non solo in virtù dell’articolo 21 e della censura in generale, ma su come le nostre vite siano oramai condizionate da alcuni strumenti apparentemente innocui e ludici, ma che a guardarli bene dovrebbero farci paura : sono armi a tutti gli effetti.

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  2. Il tuo ragionamento al contrario ha un suo perché. La dicotomia tra locale e globale porta anche riflessioni sugli strumenti giuridici. Un meccanismo di diffusione di comunicazione così potente, questa inter-connessione infinita trova al contempo un umanità pronta a ciò, sufficientemente conscia di ciò che sta facendo e del perché?

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