La difesa della tradizione. Dolce & Gabbana si schiantano sulla Grande Muraglia

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La vicenda è ormai nota: una serie di 3 spot pubblicitari della celebre maison suscita l’indignazione di milioni di cinesi sui social in quanto reputati offensivi delle loro tradizioni. Segue l’annullamento della programmata sfilata di Shangai e il boicottaggio dei prodotti D&G sulle piattaforme e-commerce. Un pasticcio insomma. Certamente non voluto, ma dalle conseguenze potenzialmente pesanti sui volumi d’affari del gruppo in Cina valutati per circa il 30% del totale. Bisognava quindi rimediare al più presto ma la toppa è stata, ahimè, peggio del buco. Dagli stimati stilisti ci saremmo aspettati – per la verità – una toppa un po’ più stilosa. Il video di scuse (diffuso frettolosamente) risulta imbarazzante e si chiude con la promessa di “fare tesoro di questa esperienza che sicuramente non si ripeterà mai più: proveremo a fare di meglio e rispetteremo la cultura cinese in tutto e per tutto”.

Ecco il link del video di scuse:

https://play.ilgazzettino.it/Play/Index/58349a54-9834-4872-86ad-54b5da6d9bba?autoplay=True&volume=1&watermark=TopRight

A me onestamente non pareva proprio che gli spot incriminati fossero poi così trascendentali da suscitare tutto questo baccano (si vede una ragazza cinese che tenta di mangiare prodotti “occidentali” con i bastoncini senza riuscirci). I bravi Dolce e Gabbana – che portano la bandiera del Made in Italy in giro per il mondo – saranno rimasti basiti quanto noi dalla reazione e hanno poi tentato di rimediare in modo maldestro (forse mal consigliati, sia prima che dopo).

Tuttavia in questa vicenda non colpisce tanto la goffa strategia difensiva degli stilisti quanto la inusitata reazione dei cinesi: una specie di sollevazione popolare che ha chiesto (e ottenuto immediatamente) rispetto per i propri usi e costumi.

E veniamo a noi. Da quest’altra parte del globo terracqueo le cose girano in maniera decisamente diversa a proposito di tradizioni da rispettare: si sta avvicinando il Natale e ha avuto già inizio nel nostro Paese popolato da alcuni stravaganti individui progressisti votati al tafazzismo, la solita stucchevole propaganda contro i presepi e i canti natalizi nelle scuole. Puntuali come la morte, alcuni soggetti patologicamente frustrati, più o meno verso dicembre di ogni anno tornano a svegliarsi come licantropi nelle notti di luna piena assetati di un insaziabile quanto inspiegabile desiderio di piantare i propri artigli in quella pericolosa e sovversiva rappresentazione del degrado dell’occidente: la Natività.

Mi par di vederli: scarsamente dotati di materia grigia (e non solo), cornificati costantemente dalle rispettive mogli e compagne, maleodoranti e vuoti nell’animo, tentano il proprio riscatto sociale e personale sul far dell’inverno erigendosi a paladini della difesa delle sensibilità di tutte le culture tranne che della propria. E così: scompaia il nome di Gesù dalla canzoncina di Natale! Anzi, già che ci siamo scompaia tutto il Presepe per non sbagliare! Via le recite! non si fanno prigionieri! non sia mai che qualche bimbo maomettano torni da mamma e papà turbato a vita dal bimbo di Betlemme. E tanto, chissenefrega dei bimbi cristiani che aspettavano quella recita, quei canti o quel Presepe! Questa e la modernità! Questa è laicità! Avanti compagni!

Così, i licantropi tornati sul far della sera nelle loro casette, stremati da una giornata di siffatte battaglie civili coraggiosamente combattute, adagiano le loro testoline piene del nulla cosmico sui rispettivi bei cuscini decorati da tante piccole falci e martelli, spengono le loro abat jour di tela rossa e con un sorriso beato di autocompiacimento stampato sui volti inebriati prendono serenamente sonno sperando di sognare feste laiche al canto di “bella ciao”, mense scolastiche al cous cous e gite scolastiche a Cuba.

Sono felici perché sanno di non essere soli in questa follia autolesionista. Ricordano perfettamente (come noi) le statue di nudi dei Musei Capitolini abilmente occultate (dai funzionari del governo di quel famigerato ex premier messo lì per nomination, un tale di Firenze) onde non urtar la sensibilità del presidente iraniano Rohani, che di sensibilità ne ha certamente da vendere anche quando progetta di disintegrare lo Stato di Israele. Fu uno sfregio alla bellezza dei Musei Capitolini. Uno schiaffo alla cultura italiana e occidentale più in generale.

La distanza tra queste meschinità nostrane e la reazione cinese è siderale. Dalla Cina ci insegnano come tenere la testa alta e la schiena dritta. Ci informano che il rispetto per le tradizioni costituisce le fondamenta per il nostro futuro. Ci ricordano che, da loro, chiunque tenti di metterle in discussione finisce con lo schiantarsi contro un muro d’acciaio. Loro di muri se ne intendono: la Grande Muraglia resistette per 8 secoli agli assalti dei barbari invasori e consentì alla Cina di vivere la più poderosa esplosione di civiltà della propria storia. Ricordiamocelo quando qui da noi qualche beota, dei muri (anche metaforici) ne predica l’abbattimento.

I biechi personaggi progressisti nemici in casa nostra (sostenuti dalla bieca sinistra al caviale) che vorrebbero la radiazione della cultura religiosa cristiana dalle scuole pubbliche –  crocefissi compresi – o che vorrebbero imporre agli altri la loro visione malata e fallimentare del mondo, odiano sè stessi e la nostra società. Dovrebbero invece imparare qualcosa dalla Cina così come dovrebbe farlo chi crede che le manifestazioni della nostra arte millenaria possano offendere qualcuno. E se anche così fosse? chissenefrega! Quella è la nostra arte, la nostra cultura, la nostra religione! E chi si sente offeso si giri pure dall’altra parte.

Sappiate, cari sedicenti paladini della laicità, che non siete affatto paladini della laicità.

E neppure i sommi tutori del rispetto delle altrui culture.

Siete soltanto, molto più semplicemente, miserrime teste di cazzo.

 

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