Rifondare il PD non è impossibile. E’ inutile.

tempo di lettura: 6 minuti

Le dimissioni di Maurizio Martina del 30 ottobre hanno aperto la corsa per la segreteria del PD. Dal 12 marzo era stato chiamato come reggente alla guida del partito che aveva indicato per la sua segreteria “una serie di obiettivi utili alla ripartenza del PD dopo la sconfitta elettorale di marzo”. Verosimilmente le primarie si terranno entro febbraio 2019. Il suo intento era quello di “rimettere in moto il partito” e onestamente mi pare evidente che non ci sia riuscito, almeno a giudicare dai sondaggi che ad aprile davano il PD al 18% e a novembre al 16,50%.

Rimane oscuro invece in cosa sia consistita la strategia di ripartenza ma è possibile che questa venga meglio specificata da quello che sarà il nuovo segretario. In realtà su questo punto credo ci siano poche idee da mettere in campo. In ogni caso le speranze sono flebili.

In questi anni di segreteria Renzi, il PD ha perso pezzi importanti del proprio elettorato e li ha persi proprio in quei segmenti della società che da sempre erano più vicini algli argomenti della sinistra tradizionale. I motivi ormai sono noti: il progressivo allontanamento dagli interessi delle classi più deboli, l’abbandono delle tematiche sulla sicurezza nelle città, le politiche fallimentari sull’immigrazione, la riforma del Jobs Act, dell’articolo 18, la pessima gestione della crisi di pezzi del mondo bancario che si è tradotta in enormi perdite per migliaia di risparmiatori, la inesistente gestione del terremoto, le indagini giudiziarie su molti esponenti del partito. L’elenco potrebbe proseguire a lungo. Tutto ciò – insieme ad una decisa incapacità di fare autocritica che rasentava una insopportabile supponenza – si è tradotto in una sgradevole sensazione di distacco dal mondo reale che si è declinata a sua volta nella perdita di milioni di voti. Gli stessi voti persi dal PD sono confluiti soprattutto su Lega e M5S.

Sin qui niente di nuovo. Sappiamo che sia Lega sia M5S hanno saputo interpretare il malcontento delle classi lavoratrici e di quelle periferie abbandonate dai governi a guida PD (ne sia dimostrazione il fatto che i risultati delle elezioni politiche di marzo e delle successive amministrative hanno visto il Partito Democratico in tenuta solo nei centri storici di alcune città risultando sconfitto laddove tradizionalmente raccoglieva più consensi – periferie e fabbriche per l’appunto) ed oggi, avendo responsabilità di governo, dovranno dimostrare che la fiducia è stata ben riposta. L’avanzata dei partiti del popolo (il termine populista suona spregiativo e non mi piace granchè) dimostra quindi che la gente è con loro in stragrande maggioranza per i motivi già rapidamente elencati.

Ma allora chi è rimasto a votare per il PD?

Direi in primo luogo una parte di “elettori nostalgici” del Partito Comunista che si è via via involuto frantumandosi e ricomponendosi nei vai DS, Quercia, Margherita sino al Partito Democratico. Essi, votando PD, probabilmente pensano ingenuamente che gli attuali esponenti del partito siano gli eredi di Gramsci o di Berlinguer per il solo fatto di trovarli seduti più o meno negli stessi scranni in Parlamento ma è immediatamente evidente che non è così. A loro non interessa se il PD abbia governato bene oppure no. Loro sono nostalgici e pertanto scollegati dalla realtà.

Poi ci sono quelli che, pur non essendo convinti sino in fondo, preferiscono dare il proprio consenso ad un partito apparentemente più “moderato” rispetto alle posizioni più irruenti di Lega e M5S che magari non condividono molto o non condividono affatto o che magari in cuor loro condividono ma non appoggiano per il timore di una non meglio precisata deriva populista. Anche a loro in fin dei conti non interessa la qualità dell’azione di governo: rimangono lì per esclusione.

Poi ci sono gli “europeisti convinti” di sinistra (sennò starebbero in Forza Italia), quelli che nonostante l’Unione Europea sia un esperimento che sta mostrando tutti i suoi limiti in maniera sempre più evidente, temono il cambiamento che potrebbe arrivare dalla disgregazione degli attuali equilibri. Idem come sopra, neppure loro sono interessati realmente alle politiche concrete; basta che queste non ci portino fuori dall’Euro e dall’Europa.

Infine ci sono i “radical chic”, quelli che leggono noiosi libri di noiosi autori de sinistra e guardano inguardabili film di registi de sinistra, che seguono talk show televisivi condotti da progressisti giornalisti de sinistra o che indossano magliette rosse senza spendere un centesimo dei loro patrimoni in vera solidarietà. Per loro la politica concreta è irrilevante in quanto non influisce sulle loro leggiadre vite.

Insomma, nessuna delle 4 categorie esprime un voto d’opinione (essendo peraltro piuttosto difficile che esista in qualche luogo qualcuno che valuti positivamente l’azione di governo del PD) e da nessuna delle 4 categorie possiamo aspettarci per ora consistenti travasi (ulteriori) di voti verso Lega e M5S e meno che mai verso Forza Italia o ciò che ne resta (forse qualche piccolo spostamento reciproco da e verso i cespuglietti di estrema sinistra che nascono e muoiono allo stesso ritmo delle farfalle). Insomma, chi doveva cambiare cavallo l’ha già cambiato mentre i nostalgici, i moderati, gli europeisti convinti e i radical chic rimarranno attaccati al PD come le cozze allo scoglio perché dall’altra parte non troverebbero un habitat adeguato. Non aumenteranno di numero ed anzi tenderanno fisiologicamente a diminuire vista la loro elevata età media.

Dall’altro fronte, sempre nel breve, non vi sono molte possibilità che avvengano movimenti consistenti in senso contrario. L’elettorato che si è spostato verso Lega e M5S lo ha fatto perché gli uomini mediocri espressi dal PD hanno nauseato gran parte di coloro che avevano visto in Renzi e nelle sue “nuove leve” una speranza di novità e che sono invece rimasti gabbati. Il rottamatore non solo non è riuscito a cambiare il Paese. Non è riuscito neppure a cambiare il proprio partito (se non in peggio). E tutto ciò non gli è riuscito perché non ha saputo cambiare sè stesso. Gli elettori delusi dalla classe politica dirigente figlia di quegli anni, sono ormai come l’amante tradita dall’amato. Per quanti sforzi si potranno fare da entrambe le parti, nulla sarà come prima. L’operaio che fatica a mantenere il lavoro e ad arrivare a fine mese, quelli che lo hanno perso, coloro che sono scivolati via via sotto la soglia di povertà, i cittadini delle periferie disgregate da una immigrazione senza regole, i truffati dalle banche, gli imprenditori che faticano a mantenere in piedi l’azienda, saranno forse anche consapevoli che la crisi economica ha accentuato le difficoltà ma non possono dimenticare che per un lustro, al timone del Paese, c’era un partito che ora dice di volersi rinnovare ma che ai loro occhi ha perso ogni credibilità. Potranno essi tornare a votarlo se ci saranno le stesse persone a guidarlo?

Forse ha ragione la consigliera regionale dell’Emilia Romagna Katia Tarasconi la quale, scuotendo l’Assemblea del PD, due giorni fa urlava dal palco “basta correnti e presunzioni! Ritiratevi tutti!”. Ecco condensato in una frase il sentimento degli ex elettori del PD traditi. Basteranno i nomi di Minniti o di Zingaretti a resuscitare un partito di fatto già morto? O forse sarebbe davvero meglio si ritirassero tutti, che il partito cambiasse nome e si ricominciasse daccapo? E se così fosse che ne sarebbe del potere acquisito? E quali sarebbero le “nuove idee”? Quelle di sinistra? Ma per favore. Lega e M5S hanno già inglobato gran parte di quelli che un tempo erano elettori di sinistra. E non sono poi così convinto che, anche in caso di qualche debacle dell’attuale governo, gli elettori dei partiti che lo compongono volterebbero loro le spalle così facilmente.

Insomma, tutto questo discorso serve come premessa per una conclusione inevitabile: riformare il Partito Democratico non è una impresa impossibile. È semplicemente un progetto inutile. Consiglierei pertanto ai vari contendenti alla segreteria di non arrovellarsi troppo la mente. Non c’è via d’uscita e dovrete rassegnarvi a vivacchiare guidando un partito che oscillerà tra il 10 e il 15% e che – come qualcuno dice – presto o tardi potrebbe strizzare l’occhio ad una parte di ciò che rimane di Forza Italia per costituire una nuova formazione politica la quale però non farà la somma delle due. Per far cosa e con chi poi, esattamente non si sa.

Disperati e rimasti senza pubblico, gli attori di questa pessima compagnia teatrale potranno anche cambiare copione ma non per questo troveranno nuovamente qualcuno disposto ad applaudirli.

 

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4 commenti

  1. Cinica, crudele ma veritiera. Il PD è morto quando ha commesso due errori gravi: il primo è pensare che si potesse vincere per squalifica dell’avversario; le indagini usate come maglio contro il cdx e parafrasando Nenni: “attenti a fare a gara a chi è più honesto arriva sempre qualcuno più honesto che ti epura”.

    E il secondo è il non aver mai deciso una strategia politica ma essere rimasto il partito del “ma anche” di veltroniana memoria: sui migranti siamo con minniti ma anche la boldrini, sull’ilva con Calenda ma anche con Emiliano. Difficile che la gente voti un blob anonimo mezzo lega e mezzo m5s.

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    • Condivido la tua analisi. E aggiungo un terzo errore causato da un tal progressivo distacco dalla realtà che ha causato l’incapacità di leggere gli umori della gente che sino a ieri li aveva votati, pensando ingenuamente che avrebbero continuato a farlo a prescindere. Le manie di grandezza giocano brutti scherzi.

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