La sinistra europea ed il sostegno all’Islam

Nei giorni scorsi si è celebrata la festività religiosa islamica detta “del sacrificio” più comunemente conosciuta come festa “dello sgozzamento”. Nel corso di questi “festeggiamenti” viene soppresso un numero molto alto di animali, perlopiù ovini caprini e bovini, con modalità che appaiono agli occhi di molti eccessivamente cruente. Ciò che colpisce maggiormente di eventi simili a questo sono due aspetti: come sia possibile che sul nostro territorio (inteso come Europa nel suo complesso) si possa dare spazio a “tradizioni” che contrastano con l’etica ed il buon senso comune di noi occidentali da un lato e come di fronte ad una pratica che provoca atroci sofferenze a creature inermi si siano sollevate poche voci indignate delle associazioni animaliste, dall’altro. Per mezzo dei “social network” molti hanno ricordato che ben maggiore contrarietà viene espressa in occasione della Pasqua nei confronti dell’uccisione di milioni di agnelli. Poiché faccio fatica a pensare che le associazioni animaliste ammettano distinzioni tra la vita di una capra (islamica) e quella di un agnello (cristiano) è piuttosto logico pensare che probabilmente la percezione che abbiamo circa la veemenza di queste forme di protesta è direttamente correlata alla risonanza che queste ottengono grazie ad un attento filtraggio operato dai mass-media. In altre parole la comunicazione di massa stigmatizza poco la strage islamica e fornisce molto più spazio alle proteste per l’uccisione degli agnelli pasquali.
Questa logica politically correct (o muslim correct) adottata dagli organi di stampa ufficiali ed in generale da una certa parte della nostra società è la stessa che viene utilizzata ogni qualvolta si tratti di commentare i sottoprodotti della cultura islamica dipingendo così quel mondo a tinte meno fosche rispetto a quanto fosco esso effettivamente sia.
Così: le femministe tendono a sottovalutare le limitazioni, le mutilazioni e le umiliazioni imposte alle donne islamiche in tutto il mondo, i mass-media tendono a dipingere i terroristi islamici come isolati squilibrati mentre l’immigrazione incontrollata di un numero enorme di musulmani viene definita “risorsa”, i movimenti Lgbt sfilano a favore dell’islam dimenticando che nei paesi arabi l’omosessualità è punita anche con la morte, gli storici riempiono pagine di libri con racconti sulle crociate ma poco dicono sui 14 secoli di guerre globali di conquista islamica costate la vita a centinaia di milioni di esseri umani principalmente cristiani ma non solo. E via di questo passo. E’ come se fossimo di fronte ad una enorme distrazione di massa, ad una sorta di amnesia collettiva, ad un torpore impalpabile che a prima vista ha dell’inspiegabile.

Femministe, mass-media, movimenti Lgbt, storici. Cos’hanno in comune tra loro? Evidentemente ci deve essere una motivazione di ordine culturale alla base della pressocché totale mancanza di capacità di valutazione della realtà. Come possono le femministe non vedere ciò che accade alle donne nel mondo islamico? Come possono i mass-media ritenere che l’esplosione del terrorismo sia materia per psichiatri? Come possono i movimenti Lgbt dimenticare che in Qatar essi non potrebbero neanche esistere? Come possono gli storici ignorare le atroci modalità con cui Pakistan, Afghanistan, Bangladesh, Medio Oriente, Africa del bacino del Mediterraneo sono diventate terre islamiche quando un tempo non lo erano affatto?
Cos’hanno in comune tra loro costoro?
Una interessante chiave di lettura viene fornita dallo storico ed esperto di geopolitica Paolo Sensini che nel suo documentatissimo e per molti versi straordinario libro del 2016 “Isis – mandanti registi e attori del terrorismo internazionale” a pag. 141 attribuisce alla caduta del muro di Berlino (che ha significato la fine delle velleità dell’ideologia marxista di smantellare la società e la cultura liberale e capitalistica occidentale), l’inizio – o l’accelerazione – di un processo che con cui la sinistra europea sta tentando di sostituire la fallita filosofia politica del comunismo con una analoga filosofia (e ben più pericolosa per l’occidente) ma questa volta di matrice anche religiosa: l’Islam appunto. “Molti degli intellettuali occidentali filoislamici sono stati marxisti-leninisti, stalinisti, maoisti, trotzkisti, terzomondisti, anarchici, castristi e partecipanti ai movimenti della contestazione tra il 1968 e alla fine degli anni 70. Avevano trascorso la loro vita in attesa del grande evento rivoluzionario che avrebbe messo fine, una volta per tutte, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; ma la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica e la metamorfosi della Cina li hanno improvvisamente privati del loro sogno. Il risultato di questa perdita è una sorta di rancore implacabile contro il proprio ambiente culturale e storico. Così la fiduciosa attesa del futuro si è trasformata in odio del passato. Dopo aver sperato nel sol dell’avvenire e agognato un mondo migliore oggi questi rivoluzionari invecchiati e inaciditi passano gran parte del tempo a denigrare la civiltà che li ha allevati e nutriti. Oltre ai dhimmi (gli oppressi e i perseguitati che vivono nelle terre a maggioranza islamica e che meritano il nostro aiuto e la nostra compassione), esistono dunque dei dhimmi molto diversi che vivono in Occidente. Questi dhimmi si sono sottomessi volontariamente all’islam, per opportunismo o per ideologia, diventandone degli apologeti. Magari nella più totale inconsapevolezza delle civiltà annientate e, in molti casi, della loro cultura, lingua, arte, tradizione, legge, storia, di cui si è quasi perso il ricordo”.
Altri autori hanno ripreso questa impostazione. Il giornalista Francesco Carella in un recente articolo del 5/9/2017 apparso sul quotidiano “Libero” si riferisce alla incapacità della sinistra progressista di comprendere che ci troviamo oggi in una situazione di guerra tra culture semplicemente perché lo stesso bolscevismo (di cui molti esponenti della sinistra attuale sono i naturali “eredi”) esprimeva una forte contrapposizione con il nostro mondo liberale: “Lenin ha prima teorizzato e poi reso concreto, una volta raggiunto il potere, il rifiuto dello Stato di diritto, dell’individualismo e dei principi della civiltà borghese. Forse non tutti ricordano uno dei primi documenti prodotti in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979 in cui l’Ayatollah Khomeini scrive che “è giunto il momento per l’Islam di mettersi alla guida del proletariato esterno sostituendo in tale ruolo rivoluzionario, il comunismo sovietico. Lo stesso Khomeini nel gennaio del 1989 scrive una lettera a Gorbaciov numero uno del Cremlino, in cui chiede di riconoscere pubblicamente che il comunismo aveva fallito nel suo tentativo di distruggere la materialistica civiltà capitalistica e che, pertanto, sulla scena mondiale non restava che una sola forza spirituale in grado di perseguire l’obiettivo di liberare i popoli che si trovano nella prigione realizzata dal brutale mondo occidentale”. Poi, riprendendo il sociologo Luciano Pellicani, spiega che “il terrorismo islamico può seminare il panico nelle nostre città anche grazie all’esistenza di un’ampia zona grigia fatta di simpatie o di colpevole silenzio da parte del mondo musulmano cosiddetto moderato. Ma occorre essere altrettanto chiari nel dire che l’eredità politico culturale della sinistra italiana impedisce di capire e di chiamare ciò che sta accadendo con il suo vero nome: una guerra fra due civiltà”.

Pertanto gli esponenti della sinistra progressista stanno consapevolmente o inconsapevolmente tirando la volata all’Islam ed al suo rapido sviluppo in Europa interpretando alla perfezione il ruolo di “utili idioti” di guareschiana memoria (pare che il termine sia stato utilizzato per la prima volta da Lenin riferendosi ai partiti comunisti occidentali).

Ecco quindi la risposta alla domanda di poco fa, “cos’hanno in comune tra loro costoro?”. Semplice. Costoro hanno in comune l’appartenenza ad una area politica, ad una ideologia, ad una visione del mondo che è quella ereditata dal marxismo che per svariate ragioni storiche si è imposta nel mondo femminista, dei mass-media, dei movimenti Lgbt, degli stessi storici. Per costoro ammettere che l’Islam rappresenta una minaccia per la nostra civiltà vorrebbe dire abbandonare il cavallo sul quale sono saliti dopo la sconfitta della loro cultura di riferimento e con il quale vorrebbero smantellare quel mondo capitalistico da essi tanto osteggiato.
La conseguenza di questa impostazione tutta ideologica è un sostanziale e tacito patto di non aggressione al mondo islamico. Le eventuali voci di dissenso vengono zittite o dal filtro dei mass-media o da azioni aggressive da parte degli stessi estremisti islamici (emblematico il caso di Charlie Hebdo dopo il quale chiunque si è ben guardato dal pubblicare qualsiasi cosa potesse essere reputata offensiva, palese dimostrazione che la strategia del punirne uno per educarne cento sta funzionando perfettamente).
Questo “curioso” fenomeno di incondizionato appoggio ad una cultura estranea e conflittuale che sta causando l’annacquamento (e poi l’annientamento presumibilmente in capo a pochi decenni) della nostra cultura (millenaria) da parte di alcune categorie e gruppi, tra le quali quelle che ho richiamato prima, si inquadra perfettamente nella filosofia di una intera classe politica “progressista” di matrice e ispirazione post-marxista che, per gli identici motivi già citati, ha abdicato a qualsiasi forma di analisi critica della cultura islamica e ha quindi promosso marce a favore dell’immigrazione (clandestina e in buona parte musulmana – quasi che il problema fosse la mancanza di immigrati piuttosto che il contrario), ha candidato alle elezioni amministrative nei comuni e nelle province italiane esponenti del mondo musulmano (talora vicini all’estremismo radicale), ha promosso e sponsorizzato la costruzione di luoghi di culto e l’introduzione di banche islamiche, ha demonizzato come razzista e islamofobo chi si opponeva alla loro visione del mondo. Per le stesse ragioni nessuna incisiva azione viene svolta contro il terrorismo di matrice islamica a partire da una sistematica azione di monitoraggio e di controllo dei luoghi di culto e dei flussi finanziari provenienti dai paesi islamici per il semplice motivo che ciò equivarrebbe a mettere in quarantena l’Islam in Europa certificandone implicitamente ed una volta per tutte la pericolosità che esso rappresenta per la nostra società.

Nota: circa il fatto che l’immigrazione clandestina nel nostro Paese sia in buona parte di religione musulmana è ben evidenziato dalle immagini che seguono dove gli Stati in verde coincidono perlopiù con quelli di provenienza dichiarata all’arrivo in Italia:

17aug06-muslim_pop_africaprovenienza sbarchi

L’Islam è caratterizzato ab origine da un totale ed indissolubile legame tra il potere politico e quello religioso tanto è vero che i leader politici musulmani sono anche leader religiosi. Non è prevista la separazione tra questi due aspetti per il semplice motivo che il potere viene da Allah (e non dal popolo come usa dalle nostre parti). Ciò rappresenta il principale elemento di contrapposizione tra queste due culture che appaiono inconciliabili e non integrabili proprio nella loro essenza più profonda. Non possono coesistere pacificamente due sistemi (politici, sociali, economici, giuridici) quando questi hanno come fonte di legittimazione del potere in un caso la volontà popolare e nell’altro un essere trascendente. Chi pensa il contrario o è male informato e non conosce la Storia, o mente sapendo di mentire o, più semplicemente, è un ingenuo.
Dal ’68 in poi e per decenni i progressisti nostrani ci hanno triturato gli zebedei con la solfa (peraltro perfino anche condivisibile…) della necessità di separazione tra Stato e Chiesa, tra potere politico e potere religioso. Ed ora gli stessi chi si sono presi come religione mascotte da tenere sotto la propria ala protettiva?
L’Islam!!??
Non ho mai riscontrato particolare coerenza di pensiero tra gli esponenti della sinistra italiana ed europea ma questa davvero le supera tutte. Questi signori non si vergognano neanche un po’ di questo improvviso quanto sospetto cambiamento di rotta? Peraltro l’effetto collaterale della richiesta separazione Stato/Chiesa è una crescente dose di secolarizzazione della società contemporanea in coincidenza con la perdita di terreno del cristianesimo nella stessa cristiana Europa verificatosi anche per ragioni (e colpe) interne alla Chiesa medesima. Varrebbe però la pena di ricordare, già che siamo in argomento, che gli spazi (purtroppo) lasciati liberi dalla Chiesa Cattolica non hanno contribuito e non contribuiranno alla realizzazione di una società senza religione come sognava la sinistra tutta parafrasando John Lennon (…and no religion too…) ma hanno rafforzato ancor di più la veemenza e la presenza alle nostre latitudini dell’Islam il quale della separazione Stato/Chiesa invece se ne strafotte altamente. Il futuro non sarà caratterizzato da un mondo senza religioni ma da un mondo e da un’Europa con un’unica religione dominante, quella più totalizzante e numericamente – in prospettiva – di sempre maggior peso. Forse in questo ci sarebbe qualche elemento di riflessione anche per i vertici della nostra Chiesa.

Se servisse, quanto appena descritto rappresenta la dimostrazione plastica della tesi di questo articolo. Lor signori (sempre gli stessi) sono disposti a rinunciare a ciò che con fermezza proclamavano sino a ieri come indispensabile (libera Chiesa in libero Stato) salvo poi ripensarci un secondo dopo perché il ripensamento è funzionale alla causa dello smantellamento islamicoguidato della società capitalistica rea di non si sa bene esattamente cosa. Gli stessi che sbraitano contro il liberismo nello stesso liberismo sono nati, cresciuti e pasciuti ma dimenticano però un po’ troppo spesso che la libertà di scrivere quel che scrivono e di essere quel che sono non sarebbe pensabile né in un mondo islamizzato né nella tanto amata (da loro) e auspicata (sempre da loro) realtà totalitaristica comunista. Sotto questo aspetto, per quel che ci riguarda, la nomenklatura “culturale” progressista che domina questo martoriato Paese potrebbe trasferirsi in massa in Pakistan (fulgido ed attuale esempio di libertà) o in Corea del Nord (fulgido ed attuale esempio di socialismo reale) per sperimentare direttamente sulla propria pelle (anziché sulla nostra) le conseguenze tangibili delle loro idee idiote ed obsolete.
Come dice Vittorio Feltri il comunismo è morto ma la mentalità comunista è ben viva e vegeta.
Questa abietta filosofia politica (o per meglio dire la sua tragica successiva traslazione nella realtà) polverizzata dal corso della Storia, con i suoi cento milioni di morti nel XX secolo è stata (dopo le guerre di conquista musulmane) la più grossa tragedia dell’umanità in confronto alla quale i nazisti sono una allegra combriccola di buontemponi.
Gli eredi di Stalin e Lenin, menti salottiere raffinate e dall’aspetto così rassicurante e pensoso, dopo avere lodato e sostenuto una feroce dittatura, ci stanno ora cucinando – grazie ai loro nuovi alleati – un futuro da incubo.
La libertà e la democrazia non si perpetuano per automatismo ma vanno sostenute e difese, altrimenti muoiono. Come ci insegna la storia. Esse non sono per sempre se non le alimentiamo esattamente come si alimenta un fuoco che va via via spegnendosi.
Se vogliamo consegnare la nostra libertà alle generazioni che verranno è necessario un rapido cambio di paradigma e di una certa classe politica nel senso più ampio del termine.
Se usassimo lo stile in voga tra i regimi del genere di quelli auspicati dai post-marxisti adottando la legge del contrappasso, questa azione sarebbe immediata e costoro verrebbero zittiti in un battibaleno senza troppi complimenti.
Poiché noi invece siamo persone pacifiche, civili e democratiche semplicemente auguriamo loro il dissolvimento politico ed elettorale da realizzarsi nel più breve tempo possibile nonché una lunga e silenziosa vita.
Solo dopo potremo tornare ad essere ottimisti.

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