C’era una volta il Natale

Ormai non passa più un solo giorno senza che qualche mente geniale cada nella tentazione di togliere ancora un pò di respiro alla nostra già asfittica identità occidentale e decida motu proprio cosa è giusto per gli altri infischiandosene altamente delle conseguenze a breve e a lungo termine. Queste vittime della modernità e del relativismo spuntano come funghi e minacciano così le nostre tradizioni e la nostra cultura quasi come se di queste dovessimo vergognarci, quasi come se dovessimo scontare una sorta di peccato originale per essere quello che siamo.

Il caso della scuola di Rozzano, che per mezzo del suo Preside  e del Consiglio di Istituto ha deciso di eliminare dal programma delle celebrazioni i canti natalizi che richiamavano alla religione cristiana dopo avere da tempo dismesso i crocefissi dalle aule, è emblematico ma ahimè tutt’altro che isolato. Non vorrei soffermarmi troppo a ricordare, come si fa in genere commentando casi analoghi, l’importanza che riveste il Cristianesimo nella storia del nostro Continente e in ultima analisi nella storia di ognuno di noi. Si sa che le nostre vite sono intrise sin dalla nascita di cultura Cristiana, così come lo è la gran parte della nostra arte e della nostra musica. Potremmo immaginarci come siamo senza la musica sacra e l’arte sacra che hanno pervaso il nostro mondo e la nostra esistenza? Credo di no così come credo che nessun musulmano, nessun buddista, nessun ebreo si riconoscerebbe in se stesso se privato dei rispettivi riferimenti religiosi.

E proprio qui sta il punto.

La cultura religiosa è un elemento di identificazione di un popolo, è un collante, è un modo per aggregarsi perchè si condivide un credo comune. Si prega da soli ma più spesso si prega insieme ad altri perchè, banalmente, ciò è un elemento unificante. E cosa c’è poi di più unificante dell’idea di poter ritrovare la propria anima tra le anime di quelli che ci hanno preceduto al cospetto del Dio in cui si crede? Questi aspetti sono ricorrenti in tutte le religioni in forme e gradazioni diverse e sono parte integrante del nostro modo di essere simbolico, come il Dna è parte integrante del nostro essere materiale. Il credo si traduce in riti e simboli in nome dei quali gli uomini hanno lottato e stanno lottando tra loro a dimostrazione della forza con la quale la religione impatta sulla nostra vita mortale. Ora questa forza aggregativa così importante per la tenuta anche sociale della nostra civiltà viene messa a dura prova da stolti senza cultura che non percepiscono minimamente la portata delle proprie azioni.

Sotto questo aspetto dovremmo prendere l’esempio e imparare la lezione da chi invece ama veramente le proprie tradizioni e la propria identità: penso che qualunque tentativo di avviare una analoga operazione dissacratoria in qualunque paese di religione islamica, ad esempio, sarebbe giustamente destinata a naufragare miseramente prima ancora di iniziare. A nessuno nel mondo islamico passerebbe neanche per l’anticamera del cervello rinunciare alla propria identità religiosa o anche solo a limitarla in nome di un multiculturalismo “fashion”. Noi invece preferiamo lamentarci tutti i giorni della mancanza di ideali dei nostri giovani e poi consentiamo a questi “educatori” di demolirne quel poco che rimane.

Questa farsa deve finire.

Il preside della scuola di Rozzano e tutti i suoi emuli passati, presenti e futuri nonchè i raffinati pensatori del progressismo idiota nostrano da quattro soldi ci dovrebbero spiegare per quale misterioso motivo il contatto dei nostri figli con le altre culture e religioni dovrebbe essere una imprescindibile occasione di arricchimento e di crescita mentre il contatto con la nostra cultura e religione da parte dei bambini non cristiani dovrebbe rappresentare per loro una insopportabile fonte di turbamento interiore.

I genitori di quei bambini di fede non cristiana che sono certamente persone intelligenti e oneste, che lavorano e che hanno gli stessi problemi quotidiani che abbiamo noi forse non avranno neppure chiesto nulla alla scuola frequentata dai loro figli. Di certo però adesso, nel loro animo, staranno sorridendo ironicamente all’indirizzo della nostra imbecillità. Forse staranno pensando di Lei, signor Preside, qualcosa che non le diranno mai.

Non si offenda. Glielo dico io.

Lei è un pirla.

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